domenica 26 settembre 2010

Lettori fissi nessuno

L'esaurimento nervoso di Lenin


 

La notte cade su di noi
la pioggia cade su di noi
la gente non sorride più
vediamo un mondo vecchio che
ci sta crollando addosso ormai
Ma che colpa abbiamo noi

Sarà una bella società
fondata sulla libertà
però spiegateci perchè
se non pensiamo come voi
ci disprezzate, come mai
Ma che colpa abbiamo noi

E se noi non siamo come voi
e se noi non siamo come voi
e se noi non siamo come voi
una ragione forse c'è
e se non la sapete voi
oh ye
e se non la sapete voi
ma che colpa abbiamo noi

Oh ye che colpa abbiamo noi
Oh ye che colpa abbiamo noi

il grillo sparlnte






venerdì 24 settembre 2010

è una opera di potenza nota

Diffamazione

(diritto italiano)

Da Wikipedia, l'enciclopedia libera.
Reato diDiffamazione
fonte: Codice penale italiano
Articolo595 c.p.
CompetenzaGiudice di Pace I e II co.; Tribunale monocratico altre ipotesi
Procedibilitàquerela
Arrestono
Fermono
Pena previstareclusione fino a 1 anno o multa fino a 1032 Euro per le ipotesi del I co.; reclusione fino a due anni o multa fino a 2065 Euro per le ipotesi previste dal II co.; reclusione da 6 mesi fino a tre anni o multa non inferiore a 2052 Euro per le ipotesi previste dal III co.;
La diffamazione, in diritto penale italiano, è il delitto previsto dall'art. 595 del Codice Penale secondo cui:
Chiunque, fuori dei casi indicati nell'articolo precedente, comunicando con più persone, offende l'altrui reputazione, è punito con la reclusione fino a un anno o con la multa fino a euro 1032.
Se l'offesa consiste nell'attribuzione di un fatto determinato, la pena è della reclusione fino a due anni, ovvero della multa fino a euro 2065.
Se l'offesa è recata col mezzo della stampa o con qualsiasi altro mezzo di pubblicità, ovvero in atto pubblico, la pena è della reclusione da sei mesi a tre anni o della multa non inferiore ad euro 516.
Se l'offesa è recata a un Corpo politico, amministrativo o giudiziario, o ad una sua rappresentanza, o ad una Autorità costituita in collegio, le pene sono aumentate.

 



Fatto [modifica]

La norma, con un parziale rinvio al delitto di ingiuria previsto dall'articolo 594 del codice penale, punisce chi, comunicando con più persone, offende l'onore o il decoro di una persona non presente. Tre sono, dunque, gli elementi necessari perché si possa configurare il delitto in esame: l'offesa all'onore o al decoro di taluno, la comunicazione con più persone e, infine, l'assenza della persona offesa.
L'assenza del soggetto passivo si deduce dall'inciso fuori dei casi indicati nell'articolo precedente.
Per aversi comunicazione con più persone è necessario e sufficiente che la comunicazione avvenga con almeno due persone, tra le quali non vanno tuttavia compresi gli eventuali concorrenti nel reato. È opinione prevalente in dottrina che la comunicazione diffamatoria possa avvenire a soggetti diversi anche in tempi differenti, consumandosi in tal caso il reato nel momento della comunicazione alla seconda persona. Da cui si deduce che sussiste il reato di diffamazione quando sia esposto il fatto soggettivamente; allora è diffamazione.

Bene giuridico tutelato [modifica]

La norma appresta tutela al bene giuridico dell'onore (ex Art. 517). Tale nozione, tradizionalmente, racchiude due aspetti complementari, l'uno soggettivo e l'altro oggettivo. In senso soggettivo l'onore è dunque il sentimento e l'idea che ciascuno ha di sé. In senso oggettivo, al contrario, l'onore va inteso come il rispetto e la stima di cui ciascuno gode presso il gruppo sociale. In questa seconda accezione si parla comunemente anche di reputazione.

Cause di giustificazione [modifica]

Tra le cause di giustificazione comuni che si applicano generalmente alla diffamazione vi sono l'esercizio di un diritto e l'adempimento di un dovere (art. 51 codice penale).
Ai sensi dell'art. 596 del codice penale l'autore della diffamazione non è ammesso a provare la verità dei fatti (exceptio veritatis) se non in casi espressamente previsti.

Il diritto di cronaca e critica [modifica]

In particolare, i diritti di cronaca e critica trovano fondamento nell'articolo 21 della Costituzione, che sancisce che Tutti hanno diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione. Per risolvere la presunta antinomia di norme fra l'articolo 21 della Costituzione e gli articoli 594 e 595 del codice penale (norme che tutelano anch'esse un bene di rango costituzionale quale l'onore, espressione della personalità umana tutelata dall'articolo 2 della stessa Costituzione) si fa generalmente riferimento alla nozione di limite del diritto.
In particolare, la giurisprudenza, con una lunga opera di interpretazione, ha elaborato dettagliatamente i limiti di operatività del diritto di cronaca; le condizioni, cioè, necessarie affinché il reato di diffamazione venga scriminato dalla causa di giustificazione in discorso. In sintesi, perché operi la scriminante, è necessario: a) che vi sia un interesse pubblico alla notizia; b) che i fatti narrati corrispondano a verità; c) che l'esposizione dei fatti sia corretta e serena, secondo il principio della continenza.
Per quel che concerne il diritto di critica, invece, definito come libertà di esprimere giudizi, valutazioni e opinioni, la dottrina e la giurisprudenza prevalente ricostruiscono le stesse condizioni adattandole alla peculiarità del caso. In particolare, sul requisito della verità, se la critica riguarda un fatto è necessario che soltanto quello sia vero, non potendosi pretendere ontologicamente la verità su opinioni e valutazioni. La giurisprudenza ha inoltre specificato che per quanto riguarda in particolare la critica politica e sindacale il limite della continenza verbale sia da intendere in modo più ampio, purché la critica non si risolva in gratuiti attacchi personali.[1]

L'esimente della provocazione [modifica]

Ai sensi dell'articolo 599 del codice penale, secondo comma:
Non è punibile chi ha commesso alcuno dei fatti preveduti dagli artt. 594 e 595 nello stato d'ira determinato da un fatto ingiusto altrui, e subito dopo di esso.
Ciò configura la cosiddetta provocazione, comune sia all'ingiuria che alla diffamazione, che è variamente configurata dalla dottrina quale causa di esclusione della colpevolezza, ovvero causa di giustificazione o, infine, quale causa di non punibilità in senso stretto.
Lo stato d'ira e l'immediatezza della reazione ("subito dopo" il fatto ingiusto) vengono interpretate dalla giurisprudenza in senso relativo: vengono applicate infatti anche in casi di diffamazione a mezzo stampa, in cui l'immediatezza della reazione non sarebbe configurabile.[2]

Elementi di differenziazione da figure simili [modifica]

L'ingiuria differisce dalla diffamazione perché prevede la presenza della persona offesa. La calunnia, in un linguaggio giuridico, prevede invece una denuncia ad una pubblica autorità di qualcuno che si sa innocente. Nel linguaggio corrente con calunnia si intende invece ogni diffamazione che attribuisca falsamente la commissione di un fatto che costituisca reato.

L'azione civile [modifica]

In diritto italiano la tesi tradizionale vedeva la condanna penale come presupposto per una azione di risarcimento danni.
La materia risulta profondamente innovata dopo che la Corte di Cassazione, prima sezione civile con sentenza n. 5259 del 18 ottobre 1984 ha fissato quello che nel gergo giornalistico è stato chiamato il decalogo. In particolare è stato fissato il criterio, poi diventato accolto unanimamente, che chi sente leso il proprio onore può chiedere direttamente il risarcimento con una azione davanti al giudice civile, senza necessità di una querela in sede penale. Può esserci un illecito civile che non sia anche penale, mentre un illecito penale comporta sempre anche una illecità civile." [3][4]

La competenza per territorio della diffamazione attraverso internet [modifica]

La Corte di Cassazione con ordinanza n. 6591 8 maggio 2002 s:Ordinanza della Corte di cassazione sez. III n. 6591 - 8 maggio 2002 ha stabilito che la competenza territoriale va individuata nel foro dove risiede la persona che si sente offesa dalle affermazioni contenute su pagine web.

La diffamazione in diritto romano [modifica]

In diritto romano si distingueva una diffamazione verbale[5] da una scritta. La prima, già punita nella Legge delle XII tavole, trovò poi la sua regolazione in una lex Cornelia.[6] Successivamente ci fu un proliferare di libelli famosi, scritti che ledevano l'onorabilità. L'imperatore Costantino intervenne in tema di scritti denigratori anonimi.[7]

La diffamazione nel diritto svizzero [modifica]

In Svizzera la diffamazione è punita dall'art. 173 del codice penale svizzero.[8][9]

La diffamazione nel diritto francese [modifica]

In diritto francese la diffamazione è regolata dall'art. 29 della legge 29 luglio 1881 e viene definita come l'allegazione o l'imputazione di un fatto che porta lesione dell'onore o della considerazione della persona offesa.
Tutte le allegazioni o imputazioni di un fatto che porta attentato all'onore o alla considerazione della persona o del corpo al quale il fatto è attribuito è una diffamazione. La pubblicazione diretta o come riproduzione di questa allegazione o di questa imputazione è punibile anche se fatta in forma dubitativa o se colpisce una persona o un corpo non espressamente nominato ma di cui l'identificazione è resa possibile... Tutte le espressioni di oltraggio, termini di disprezzo o invettive senza l'attribuzione di un fatto specifico sono invece ingiurie. Non è necessario che il proposito sia calunnioso per rientrare sotto l'ambito della legge: la presentazione dei fatti può essere ingannevole. Per esempio dei fatti esatti citati fuori del contesto possono essere di natura tale a recare offesa alla reputazione di una persona. Pertanto mentre il diritto italiano pone la discriminante tra presenza o assenza dell'offeso, quello francese lo pone nell'imputazione di un fatto preciso o nella mera espressione di invettiva.

Illusione

Da Wikipedia, l'enciclopedia libera.
 
Un'illusione è una distorsione di una percezione sensoriale, causata dal modo in cui il cervello normalmente organizza ed interpreta le stesse. Le illusioni possono coinvolgere i vari sensi, ma quelle visive sono le più famose e conosciute, dal momento che la vista spesso prevarica sugli altri sensi.

Si differenzia dalla allucinazione, che è una caratteristica della schizofrenia (ma anche di altre patologie), perché nella allucinazione si percepisce qualcosa che non è presente nella realtà in quel momento. L’allucinazione viene anche definita come “percezione senza oggetto”. (Esempio: penso che qualcuno mi abbia impiantato un PC nel cervello, che mi parla e mi obbliga a fare certe cose).
Bisogna considerare, inoltre, un aspetto generale dell'illusione mentale: le opinioni che scaturiscono, generalmente, da pregiudizi culturali, nell'ambito di un condizionamento sociale che tenta di assicurare il funzionamento della stessa società, e che, per questo, diventano delle vere e proprie illusioni del sapere che determinano processi mentali, accettati ed elaborati come verità scontate.
Nell’illusione, il soggetto percepisce la realtà, ma, per diversi motivi, altera questa percezione.
In base a questo criterio, si possono distinguere diversi tipi di illusioni:
  • illusione causata da disattenzione e compensata da tendenza al completamento: si verifica quando prestiamo poca attenzione a stimoli che provengono dall’ambiente. (Esempio: qualcuno ci sta parlando e tendiamo a completare le parole o le frasi che abbiamo ascoltato poco attentamente; nel leggere non facciamo caso agli errori di stampa).
  • illusione affettiva: la percezione della realtà viene alterata dalle emozioni che la persona sta provando in quel momento. (Esempio: sto camminando di notte in un bosco e ho paura. Questa emozione mi fa interpretare le ombre che vedo, come se fossero mostri o animali).
  • pareidolia: di fronte ad una realtà poco definita, incompleta, poco illuminata, entra in azione la fantasia che, utilizzando elementi ed immagini interne alla psiche della persona, elabora in modo fantastico lo stimolo sensoriale ricevuto. (Esempio: guardando le nuvole, ne interpreto le forme come figure fantastiche). In termini psicologici, questo fenomeno viene chiamato anche “proiezione” indicando con questa parola, qualcosa che il soggetto proietta sulla realtà che vede.
  • illusioni ottiche: di fronte a certe figure, appositamente costruite, si verifica una distorsione visiva e percettiva. Questo fenomeno si distingue in: - visione di oggetti che non esistono (oggetti impossibili) - figure che vengono percepite distorte rispetto alla realtà (metamorfopsia) - figure che, se guardate a lungo, sembrano muoversi o deformarsi - figure che, se guardate a lungo, influenzano la percezione di figure esaminate subito dopo.

giovedì 23 settembre 2010

cura per la bile

Tuono

Da Wikipedia, l'enciclopedia libera.
Il tuono è il rumore (ascolta[?·info]) provocato dal fulmine che, a seconda della natura del fulmine e della distanza dall'osservatore, può manifestarsi come un colpo secco e forte oppure come un rombo basso e prolungato.
Il fulmine causa un forte aumento di pressione e temperatura che a sua volta provoca la rapida espansione del canale ionizzato prodotto dal fulmine stesso: l'espansione dell'aria produce infine un'onda d'urto che si manifesta col rumore del tuono.

 

Cause del tuono [modifica]

La prima teoria sulle cause del tuono di cui si abbia traccia è attribuita al filosofo greco Aristotele nel III secolo a.C.: una primitiva speculazione lo faceva derivare dalla collisione delle nuvole.
Si susseguirono molte altre teorie tra cui quella di metà del XIX secolo con la quale si riteneva che il fulmine producesse il vuoto.

Nel XX secolo si affermò l'ipotesi che il tuono fosse causato dall'enorme spostamento d'aria provocato dal fulmine nell'atmosfera a seguito della improvvisa espansione termica del plasma nel canale ionizzato. In una frazione di secondo, l'aria viene riscaldata a circa 28.000 °C: ciò provoca la sua espansione verso l'aria circostante più fresca a una velocità superiore a quella che avrebbe il suono che viaggia appunto nell'aria fresca. Ne consegue un'onda d'urto, simile a quella provocata da un'esplosione o dal fronte di un aereo supersonico: è proprio l'onda d'urto che genera il tuono, il quale può manifestarsi come un colpo secco e improvviso se il fulmine scocca vicino all'osservatore o come un rumore diffuso e prolungato per effetto dell'eco e del rimbombo se scocca in lontananza.

Più recentemente, questa ipotesi è stata messa in discussione per via del fatto che la pressione che si crea nei fulmini simulati risulta maggiore di quella raggiungibile con il solo surriscaldamento. Ciò ha portato a delle proposte alternative che si basano sugli effetti elettrodinamici della intensa corrente che agisce sul plasma nel canale ionizzato.

Calcolo della distanza [modifica]

Il rombo del tuono segue normalmente di alcuni secondi il bagliore del lampo, a dimostrazione che la luce viaggia a velocità maggiore rispetto al suono: misurando il tempo che intercorre tra la visione del lampo e la percezione del suono è possibile determinare a quale distanza si è verificato il fenomeno.
Per poterla determinare, bisogna innanzitutto tenere presente che il suono a 20 °C viaggia a circa 343 m/s mentre la luce viaggia a circa 300.000 km/s.
Supponiamo ora che il fulmine cada a 1 km di distanza dall'osservatore: quest'ultimo vedrà il suo bagliore pressoché istantaneamente (ad essere precisi dopo 0,0000033sec, ovvero 3,3usec[1]) mentre il suono sarà percepito dopo 2,9 sec[2]. Analogamente, se il fulmine cade a 10 km di distanza, la luce impiega 33usec (praticamente trascurabili) per rendersi visibile e il suono 29 sec per essere percepito.
In pratica, basta dividere per 2,9 l'intervallo di tempo che intercorre tra la visione del fulmine e la percezione del suono per avere la distanza in km alla quale si è verificato il fenomeno.
Equivalentemente (vedi par. successivo), considerando, come visto, trascurabile il tempo impiegato dalla luce a raggiungere l'osservatore rispetto a quello impiegato dal suono, si può moltiplicare l'intervallo di tempo intercorso tra la visione del lampo e la percezione del suono per 343 m/s (la velocità del suono) per avere la distanza in metri alla quale si è verificato il fenomeno.
Il tuono è raramente udito a distanze superiori ai 24 chilometri.

Formule [modifica]

Se con Tl indichiamo il tempo impiegato dalla luce che viaggia a velocità Vl a percorrere la distanza d esistente tra il punto in cui si è verificato il fulmine e l'osservatore e se con Ts indichiamo il tempo impiegato dal suono che viaggia a velocità Vs per coprire la stessa distanza d, abbiamo:
T_l = \frac{d}{V_l}
T_s = \frac{d}{V_s}

Poiché ciò che misuriamo è la differenza tra Ts e Tl, abbiamo:
T_s-T_l=\frac{d}{V_s}-\frac{d}{V_l}=d \cdot (\frac{1}{V_s}-\frac{1}{V_l})

Poiché Vl > > Vs, ossia 1 / Vl < < 1 / Vs, possiamo trascurare 1 / Vl dalla formula, ottenendo:
T_s-T_l=\frac{d}{V_s}

Infine, poiché Ts > > Tl, possiamo trascurare Tl, ottenendo:

d = V_s \cdot T_s=0,343 \cdot T_s

dove d è in km e Ts in secondi.

domenica 19 settembre 2010

brasile

Gli uccelli di Alfred Hitchcock

Trama [modifica]
« Ma signora, assalire è una parola un po' grossa: gli uccelli non hanno mica l'abitudine di assalire la gente senza motivo. »

In un negozio di animali a San Francisco s'incontrano l'avvocato Mitch Brenner (Rod Taylor) e la ricca e giovane Melanie (Tippi Hedren), figlia dell'editore di uno fra i maggiori giornali della città. Indispettita e insieme attratta dall'atteggiamento dell'uomo, Melanie decide di fargli una sorpresa e di recarsi a Bodega Bay - dove Mitch trascorre i fine settimana in compagnia della madre e della sorellina Cathy - col pretesto di donare alla bimba, per il suo compleanno, una coppia di pappagalli "inseparabili". Da poco arrivata sul posto, Melanie viene attaccata deliberatamente da un gabbiano che le ferisce la testa, mentre sta guidando un motoscafo nella baia. Melanie viene ospitata da Annie, maestra di scuola di Cathy e vecchia fiamma di Mitch. Durante la notte un gabbiano, inspiegabilmente, sbatte sulla porta di casa. È solo il primo di una serie di strani accadimenti che vedono protagonisti gli uccelli: le galline della casa si rifiutano di mangiare; durante la festa di Cathy uno stormo di gabbiani attacca i bambini; la sera stessa la casa dei Brenner viene attaccata da centinaia di passeri che entrano attraverso il camino; viene ritrovato nella propria dimora un cadavere a cui gli uccelli hanno strappato gli occhi; un peschereccio viene assalito dai gabbiani; una trentina di bambini vengono attaccati da una frotta di corvi mentre escono da scuola. I paesani sono per lo più increduli e tendono a minimizzare gli eventi, fino a quando non si verifica un attacco di vaste proporzioni in pieno giorno, sotto gli occhi di tutti gli abitanti di Bodega Bay. In breve tempo l'intera cittadina viene attaccata da migliaia di uccelli che seminano il terrore; anche la maestra Annie rimane vittima degli animali assassini, mentre i protagonisti si barricano in casa, assediati dagli uccelli che feriscono gravemente Melanie; Mitch decide di portarla all'ospedale. All'alba i quattro partono alla volta di San Francisco. Appollaiati ovunque, migliaia di uccelli li osservano immobili e minacciosi.
Il film non dà alcuna spiegazione sulla rivolta degli uccelli né su una possibile conclusione, lasciando possibili molteplici interpretazioni.


Produzione

Sceneggiatura

Una prima versione della sceneggiatura prevedeva che i fuggiaschi giungessero a San Francisco e trovassero il Golden Gate invaso dagli uccelli. In seguito, Hitchcock optò per un finale aperto a diverse interpretazioni (modo di fare in molti suoi film) e volle che dopo l'ultima inquadratura non comparisse la scritta "The End".

Cast [modifica]

Cameo [modifica]

Come in quasi tutti gli altri suoi film, Hitchcock appare in un cameo: ne Gli uccelli lo si vede, all'inizio, uscire dal negozio di animali con due cani al guinzaglio. Invece, nel libro da cui è stato tratto questo film, non compaiono cani, gli unici animali che compaiono sono varie specie di uccelli.

Riprese [modifica]

Le riprese furono interrotte per una settimana a causa di un esaurimento nervoso di Tippi Hedren: nella scena in cui sale in una camera e viene aggredita dagli uccelli, uno dei gabbiani la ferì involontariamente vicino al viso e lei perse la pazienza; il lunedì successivo, quando dovettero riprendere le riprese, la trovarono stesa sul divano in stato di choc. Usarono quindi una controfigura per la scena in cui Mitch la porta giù dalle scale. In più, Hitchcock, fece attaccare al vestito di Melanie gli uccelli, in modo che fosse più realistico.
Uno dei corvi addestrati aveva preso in antipatia Rod Taylor, e appena lui arrivava sul set chiedeva preoccupato se l'uccello lavorasse quel giorno; il corvo, però, lo aspettava puntualmente appoggiato su una trave del set e lo inseguiva per beccarlo.
Hitchcock detestava lavorare in esterni, infatti la maggior parte dei fondi che si vedono sono stati dipinti: nonostante le difficoltà per le tecniche di ripresa sul fondale blu in uso in quel periodo, trovarono un'alternativa usando il metodo introdotto da Disney, usando cioè mascherine e fondali illuminati con lampade al sodio su fondale giallo.
L'associazione per la protezione degli animali era sempre presente sul set per assicurarsi che non venisse fatto del male agli uccelli.

Colonna sonora [modifica]

Il film è totalmente privo di colonna sonora. Nei titoli di testa non viene riprodotta musica, ma solo il gracchiare dei corvi.
Nonostante il film non contenga nessuna partitura (solo un Incidental Music con il pianoforte) il compositore abituale di Alfred Hitchcock (Bernard Herrmann) era consulente per il rumore provocato dagli uccelli. IMDB


Il vizio
Nell'accezione più comune, il vizio è un'abitudine umana negativa, che spinge l'individuo ad un comportamento nocivo normalmente ripetitivo.
Il comportamento può essere legato ad un atteggiamento personale, dipendente da diversi fattori, o legato ad agenti esterni come il fumo, l'alcol o la droga.

sociologia

Prestigio

Da Wikipedia, l'enciclopedia libera.
Il termine prestigio (dal latino praestigum) significa "buona reputazione" o "alta stima", nonostante in origine significasse "delusione" o "trucco magico".
Il prestigio è uno degli indici di considerazione sociale più o meno accentuata di cui beneficiano individui o gruppi facenti parte di una collettività in funzione della posizione che ricoprono, del potere i cui dispongono, della propria storia personale.
Il prestigio varia a seconda dei valori dominanti nelle società. Ad esempio se viene attribuito più valore alla cultura piuttosto che alla ricchezza, allora sarà assegnato un più alto grado di prestigio agli intellettuali che non ai ricchi. Nelle società antiche era fonte di prestigio essere anziani oppure vigorosi guerrieri.
Sin dall'antichità, comunque, oltre al prestigio di tipo individuale, ve ne è stato uno di natura più collettiva legata al clan od alla casta di relativa appartenenza. Alcuni esempi legati al passato possono essere le classi sacerdotali, gli sciamani dell'Africa centrale, i rabdomanti, gli astronomi, gli architetti dell'antico Egitto e così via.
Nella cultura europea continentale vi è stata un'evoluzione del modello verso poeti, pittori, scrittori, musici, attori ed in generale verso ogni espressione delle arti in genere. Restano in ogni caso in auge le principali classi economiche facenti parti delle corporazioni e degli iscritti ad albi protetti: giornalisti, commercialisti, medici, notai, architetti, avvocati etc.

Evoluzione semantica [modifica]

Il termine prestigio nella sua semantica complessa può indicare dunque
  1. un’illusione le cui cause sono ritenute magiche, sovrannaturali ed è allora sinonimo di fantasmagoria, incantesimo, «trucco»: ad operare «prestigi» sono i demoni, i maghi, le streghe, ma anche gli illusionisti, i «prestigiatori», appunto, in teatro;
  2. un’apparenza che affascina e abbaglia, come quella che avvolge l’arte dell’oratore, del poeta, dello stilista d’alta moda;
  3. la capacità di sedurre e di imporsi alla fantasia altrui, a partire dal «prestigio dell’uniforme» o dal successo sportivo, commerciale, finanziario o dall’effettiva autorevolezza dell’individuo: per es. “Il prestigio di Cavour in Italia resta vivo».
Come ha rilevato una studiosa di Rousseau e Proust, B. Carnevali, il senso del termine ‘’’prestigio’’’ storicamente è passato da una originale connotazione magico-sacrale ad un significato intermedio incentrato sull’idea di artificio seduttore frutto non più di un intervento sovrannaturale, ma di una particolare abilità umana, per approdare infine all’accezione interamente mondana dell'attuale senso corrente in cui la parola ‘’’prestigio’’’ è un termine pienamente «secolarizzato». Il termine ‘’’prestigio’’’ che, un tempo, designava una famiglia di fenomeni che spezzavano miracolosamente l’ordine prevedibile della natura, oggi designa metaforicamente ciò che, pur appartenendo in tutto e per tutto all’esperienza ordinaria del nostro mondo disincantato, conserva in sé comunque qualcosa di «magico»,di «irresistibile», si tratti della bellezza travolgente di una fanciulla in fiore o del carisma di un leader politico o della malia che continua a promanare dall'uniforme dei cadetti dell'Accademia Militare.

per capirne di più

Triangolo d'oro

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Le maggiori aree di coltivazione di oppio al mondo
Il triangolo d'oro è la seconda area asiatica per importanza e dimensione (350.000 km²) della produzione dell'oppio , dopo la mezzaluna d'oro che si trova in Afghanistan. È compreso fra la Birmania, il Laos e la Thailandia; anche il Vietnam potrebbe esserne considerato dentro.
È considerato illegale ma i governi di Birmania, Laos e Thailandia fanno poco per contrastare la produzione e il commercio di Eroina. Il recente arresto di Khun Sa, Shan a capo di molti traffici illegali, ha abbassato la produzione del Myanmar. Sono stati aperti dei dibattiti sul proibire ai contadini di quella zona di coltivare l'oppio, in quanto è la loro unica fonte di reddito.
Comunque dei controlli, sebbene scarsi, hanno diminuito produzione e commercio dell'oppio e per questo recentemente l'Afghanistan ha superato la Birmania[1] in stime di esportazione ed estensione dei campi coltivati.


 

Mezzaluna d'oro

Da Wikipedia, l'enciclopedia libera.
La produzione di eroina nel mondo
Il termine mezzaluna d'oro è usato per indicare la regione asiatica con la maggior produzione di oppiacei al mondo. L'area include l'Afghanistan, l'Iran, il Pakistan e, in misura minore, l'India e il Nepal.
L'Afghanistan, superando la Birmania [1], è divenuto il piu grande produttore mondiale d'oppio, in buona parte trasformato in eroina consumata principalmente nella regione produttrice.
Una notevole quantità è comunque destinata all'esportazione verso i grandi mercati illegali dell'Europa e degli Stati Uniti d'America.

mercoledì 8 settembre 2010

il sogno è un bisogno quindi ...........


“Sono più di cent’anni

che al parco della luna
arriva Sonny Boy con i cavalli di legno
e la sua donna Fortuna
i denti di ferro e gli occhi neri
puntati nel cielo per capirne i misteri.

È nato a Ferrara
anzi l’hanno trovato su un muro
è pieno di segni
e i muscoli corrono sulla sua pelle.

Sonny Boy ha disegnato
sulle braccia la mappa delle stelle.

Di notte va a caccia
e con il cavallo raccoglie chi si è perduto.

Anch’io quante volte da bambino ho chiesto aiuto
quante volte da solo mi sono perduto
quante volte ho pianto e sono caduto
guardando le stelle ho chiesto di capire
come entrare nel mondo dei grandi
senza paura paura di morire
come uno zingaro seduto su un muro
gli occhi nel cielo puntati sul futuro.

Dei suoi mille figli non ricorda un viso
ne ha avuto uno per coltello
ha fatto un figlio per ogni nemico ucciso

Sonny Boy non è cattivo
ha perfino sorriso guardando

Fortuna accarezzandole il viso.

Li ho visti abbracciarsi come bimbi
nel parco della luna
tutti e due con una valigia nella mano
con l’aria di chi deve partire
e andare lontano oppure morire
in silenzio, sparire piano piano
sopra il loro cavallo di legno
con la loro pelle scura nella mano.

Adesso Sonny Boy e la sua donna Fortuna
saranno a metà strada tra Ferrara e la luna”.

bisogna saper perdere

tu non devi odiarmi se lei vuole bene a me

capita ogni giorno quello che e' successo a noi


bisogna saper perdere
bisogna saper perdere
non sempre si puo' vincere
ed allora cosa vuoi


se tra noi due avesse scelto invece te
ora te lo giuro che in silenzio sparirei
bisogna saper perdere
bisogna saper perdere
non sempre si puo' vincere
come vuoi e quando vuoi

quante volte lo sai si piange in amore
ma per tutti c'e' sempre un giorno di sole
io non ti vorrei vedere piangere cosi'
non e' mia la colpa se non vuole dirti si

bisogna saper perdere
bisogna saper perdere
non sempre si puo' vincere
ogni volta che vuoi tu quante volte lo sai si piange in amore
ma per tutti c'e' sempre un giorno di sole
tu non devi odiarmi se sorridere non sai
dammi la tua mano siamo amici piu' che mai

bisogna saper perdere
bisogna saper perdere
non sempre si puo' vincere
ed allora cosa vuoi

no non puoi sempre vincere
bisogna saper perdere
bisogna saper pe perdere
bisogna saper pe perdere
bisogna saper pe perdere
bisogna saper pe perdere
bisogna saper pe perdere

domenica 5 settembre 2010

Odisseo [modifica]


L'indole astuta e scaltra di Odisseo lo aiutò a conquistare rapidamente la benevolenza e la protezione di Atena, che però non fu in grado di aiutarlo nel viaggio di ritorno verso Itaca fino a quando giunse sulla costa dell'isola dove Nausicaa stava lavando i suoi panni. Atena entrò nei sogni di Nausicaa per spingerla a soccorrere Odisseo ed a rimandarlo quindi ad Itaca. Dopo il suo arrivo sull'isola Atena va da Odisseo sotto mentite spoglie e gli dice, mentendo, che sua moglie Penelope si era risposata e che si crede che Odisseo sia morto, ma Odisseo le mente a sua volta, dato che è riuscito a capire con chi ha a che fare nonostante il travestimento. Compiaciuta dalla sua risolutezza e sagacia, Atena rivela la propria natura ad Odisseo e gli spiega tutto quello che ha bisogno di sapere per riconquistare il suo regno. Muta le sembianze dell'eroe in quelle di un vecchio in modo che non venga riconosciuto dai Proci e lo aiuta a sconfiggerli, intervenendo a risolvere anche la disputa finale con i loro parenti


 


Castel Sant' Angelo

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Castel Sant'Angelo

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Coordinate: 41°54′11″N 12°27′59″E / 41.903064, 12.466355

Disambiguazione – Se stai cercando il comune in provincia di Rieti, vedi Castel Sant'Angelo (comune).

Castel Sant'AngeloIl Castel Sant'Angelo (o Mole Adriana o "Castellum Crescentii" nel X-XII sec.), detto anche Mausoleo di Adriano, è un monumento appartenente allo stato della Città del Vaticano anche se si trova letteralmente immerso nel paesaggio urbano di Roma e che è collegato al minuscolo Stato da un passaggio segreto sotterraneo. Il castello è stato radicalmente modificato più volte in epoca medioevale e rinascimentale situato sulla sponda destra del Tevere, di fronte al pons Aelius (attuale ponte Sant'Angelo) a poca distanza del Vaticano, nel rione di Borgo.









Indice [nascondi]

1 Origini

2 Dal medioevo ai giorni nostri

3 Storia del nome

4 Prigioneri di Castel Sant’Angelo

5 Gli angeli di Castel Sant'Angelo

6 Nella cultura popolare

7 Collegamenti

8 I guardiani di Castello

9 Note

10 Bibliografia

11 Altri progetti

12 Collegamenti esterni





Origini [modifica]

Iniziato dall'imperatore Adriano nel 125 quale suo mausoleo funebre, ispirandosi all'ormai completo mausoleo di Augusto, fu ultimato da Antonino Pio nel 139. Venne costruito di fronte al Campo Marzio al quale fu unito da un ponte appositamente costruito, il Ponte Elio. Il mausoleo era composto da una base cubica, rivestita in marmo lunense, avente un fregio decorativo a teste di buoi (Bucrani) e lesene angolari. Nel fregio prospiciente il fiume si leggevano i nomi degli imperatori sepolti all'interno. Sempre su questo lato si presentava l'arco d'ingresso intitolato ad Adriano, il dromos (passaggio d'accesso) era interamente rivestito di marmo giallo antico.



Castel Sant'AngeloAl di sopra del cubo di base era posato un tamburo realizzato in peperino e in opera cementizia (opus caementicium) tutto rivestito di travertino e lesene scanalate. Al di sopra di esso vi era un tumulo di terra alberato circondato da statue marmoree (ce ne restano frammenti). Il tumulo era, infine, sormontato da una quadriga in bronzo guidata dall'imperatore Adriano raffigurato come il sole posto su un alto basamento o,secondo altri, su una tholos circolare. Attorno al mausoleo correva un muro di cinta con cancellata in bronzo decorata da pavoni, due di essi sono conservati al Vaticano.



All'interno pozzi di luce illuminavano la scala elicoidale in laterizio rivestita in marmo che collegava il dromos alla cella posta al centro del tumulo. Quest'ultima, quadrata ed interamente rivestita di marmi policromi ed era sormontata da altre due sale, forse anche esse utilizzate come celle sepolcrali.



Il Mausoleo ospitò i resti dell'imperatore Adriano e di sua moglie Sabina, dell'imperatore Antonino Pio, di sua moglie Faustina maggiore e di tre dei loro figli, di Lucio Elio Cesare, di Commodo, dell'imperatore Marco Aurelio e di altri tre dei suoi figli, dell'imperatore Settimio Severo, di sua moglie Giulia Domna e dei loro figli e imperatori Geta e Caracalla.[1]



Il castello ha preso il suo nome attuale nel 590. Quell’anno Roma era afflitta da una grave pestilenza, per allontanare la quale venne organizzata una solenne processione penitenziale cui partecipò lo stesso papa Papa Gregorio I. Quando la processione giunse in prossimità della Mole Adriana, il papa ebbe la visione dell'arcangelo Michele che rinfoderava la sua spada. La visione venne interpretata come un segno celeste preannunciante l’imminente fine dell’epidemia, cosa che effettivamente avvenne. Da allora i romani cominciarono a chiamare Castel S. Angelo la Mole Adriana e a ricordo del prodigio nel XIII secolo posero sullo spalto più alto del Castello un angelo in atto di rinfoderare la spada.[2] Ancora oggi nel Museo Capitolino è conservata una pietra circolare con impronte dei piedi che secondo la tradizione sarebbero quelli lasciate dall’Arcangelo quando si fermò per annunziare la fine della peste [3].



Dal medioevo ai giorni nostri [modifica]

Il Castello e Ponte Vittorio Emanuele IINel 403 l'imperatore d'Occidente Onorio incluse l'edificio nelle Mura aureliane: da quel momento l'edificio perse la sua funzione originaria di sepolcro diventando un fortilizio, baluardo avanzato oltre il Tevere a difesa di Roma.[4]



Fu allora che il mausoleo venne indicato per la prima volta con l'appellativo di castellum. Salvò la zona del Vaticano dal sacco dei Visigoti di Alarico del 410 e dei Vandali di Genserico del 455. Allora per difendersi i romani scagliarono sugli assalitori tutto ciò che avevano a portata di mano, persino le statue: una di queste, il cosiddetto Fauno Barberini, sarà trovata più tardi nei fossati del fortilizio.[5]



Il suo possesso fu oggetto di contesa di numerose famiglie nobili romane: nella prima metà del X secolo la mole diventò la roccaforte del senatore Teofilatto e della sua famiglia, la figlia Marozia e il nipote Alberico, che la utilizzarono anche come prigione, uso che il castello conserverà fino al 1901.[5]



Nel 932 Marozia, già amante di papa Sergio III e moglie di Alberico I marchese di Spoleto e poi di Guido di Toscana, forse per fare la “spiritosa”,[6] volle celebrare il suo terzo matrimonio con Ugo di Provenza nella camera sepolcrale degli imperatori in Castel Sant’Angelo. Ma il gesto non le portò fortuna perché durante il pranzo nuziale Alberico II, il figlio di primo letto, apparve improvvisamente in Castel Sant’Angelo costringendo Ugo alla fuga e impadronendosi del potere. Marozia finirà oscuramente i suoi giorni in una prigione di Castel Sant’Angelo.[6]



Nella seconda metà del X secolo il castello passò in mano ai Crescenzi, e vi rimase per un secolo, durante il quale i Crescenzi lo rafforzarono al punto da imporre alla costruzione il loro nome: Castrum Crescentii. Con questo nome Castel Sant’Angelo verrà identificato a lungo, anche dopo il passaggio di proprietà ai Pierleoni e successivamente agli Orsini.[7]



Niccolò III, papa di questa famiglia, considerata la fama di imprendibilità del castello e la sua vicinanza con la Basilica di San Pietro e il Palazzo Vaticano, decise di trasferirvi parzialmente la sede apostolica, allora nel Palazzo Lateranense, da lui giudicato poco sicuro. [8] Per garantire una maggiore sicurezza al Palazzo Vaticano realizzò il celebre passetto, che costituiva il passaggio protetto per il pontefice dalla basilica di San Pietro alla fortezza. [9]



Nel 1367 le chiavi dell'edificio vennero consegnate a papa Urbano V, per sollecitarne il rientro a Roma dall'esilio avignonese. Da questo momento Castel Sant'Angelo lega inscindibilmente le sue sorti a quelle dei pontefici: per la sua struttura solida e fortificata i papi lo utilizzeranno come rifugio nei momenti di pericolo, per ospitare l’Archivio e il Tesoro Vaticani, ma anche come tribunale e prigione. [10]



Nel 1379 il Castello venne quasi ridotto al suolo dalla popolazione inferocita contro la guarnigione francese lasciata a presidio del castello da Urbano V. A dare inizio alla ricostruzione fu nel 1395 papa Bonifacio IX che incaricò l’architetto militare Niccolò Lamberti di eseguire una serie di interventi di potenziamento della struttura difensiva del castello. L’ingresso al castello diventò possibile solamente attraverso un’unica rampa di accesso ed un ponte levatoio. Sulla sommità dell'edificio venne ricostruita la cappella dedicata a San Michele arcangelo. [11]



Nei quattro secoli successivi si susseguono interventi e trasformazioni: Nicolò V (1447-1455) dotò il Castello di una residenza papale - la prima all'interno dell'edificio – e realizzò tre bastioni agli angoli del quadrilatero esterno. Inoltre provvide al rifacimento del Ponte Sant’Angelo, crollato in occasione della manifestazioni giubilari. Alessandro VI Borgia incaricò l’architetto Antonio da Sangallo il Vecchio di ulteriori lavori di fortificazione, in seguito ai quali l'edificio assunse il carattere di vera e propria roccaforte militare: furono costruiti quattro torrioni, dedicati ai santi Evangelisti, che inglobarono le precedenti strutture realizzate sotto Niccolò V. Per garantire un maggiore controllo sulle vie di accesso al castello papa Alessandro VI fece poi innalzare un ulteriore torrione cilindrico all'imboccatura del Ponte e attorno alle mura fece scavare un fossato riempito con le acque del Tevere. I lavori voluti da Alessandro VI non furono diretti solo al potenziamento della struttura difensiva dell’edificio: il papa dotò il castello di un nuovo appartamento, che fece affrescare dal Pinturicchio e aggiunse giardini e fontane. Nel corso del suo pontificato Alessandro trasformò il castello, nel quale egli amava risiedere, in una sontuosa reggia dove organizzava banchetti, feste e spettacoli teatrali. Le cronache dell'epoca descrivono la dimora come lussuosa e sfarzosa ma oggi nulla rimane di essa, essendo stata demolita da Urbano VIII nel 1628 per far posto a nuove fortificazioni. [12]



Le opere di fortificazione di Alessandro VI permisero, 32 anni dopo, a papa Clemente VII di resistere sette mesi all'assedio delle truppe di Carlo V, i famosi Lanzichenecchi, che il 6 maggio 1527 diedero inizio al sacco di Roma.



Clemente VII nel 1525 fece costruire la Stufa, come allora veniva chiamato il bagno privato: una piccola stanza affrescata con ornamenti profani: delfini, conchiglie, ninfe, amorini, personaggi mitologici, ancora oggi visitabile. Nella stanza si trovava anche una vasca nella quale l’acqua veniva versata da una bronzea Venere nuda, poi andata perduta.[6]



Scorcio su Castel Sant'AngeloIl sacco di Roma dimostrò l'utilità del castello ai papi, che intrapresero grandiosi lavori di adattamento e vi installarono una vera e propria residenza papale. Nel 1542 Paolo III fece ristrutturare il castello dagli architetti Raffaello Sinibaldi da Montelupo e Antonio da Sangallo il Giovane, dal 1520 architetto capo della fabbrica di San Pietro. La decorazione delle stanze viene affidata a Perino del Vaga e a Luzio Luzi da Todi, con la collaborazione anche di Livio Agresti da Forlì. La grande cinta bastionata pentagonale che lo circonda, ultimo episodio di una lunga storia di fortificazioni, fu iniziata sotto papa Paolo IV (1555 – 1559) e conclusa sotto i suoi successori da Francesco Laparelli. Nel 1630 Urbano VIII distrusse tutte le fortificazioni anteriori, compreso il torrione Borgia tra il ponte e il castello, e trasferì sul lato destro il portone principale. Inoltre fece costruire una grande cortina muraria frontale.[13]



Tra il 1667 e il 1669 Clemente IX fece collocare dieci angeli in marmo sul Ponte Elio: da allora anche il ponte viene chiamato Sant’Angelo.[13]



Nell’Ottocento il castello venne utilizzato esclusivamente come carcere politico, chiamato con il nome di Forte Sant’Angelo. [14]



Dopo l’Unità d’Italia venne inizialmente impiegato come caserma, poi destinato museo. A questo scopo fu oggetto di lavori di restauro da parte del Genio dell’Esercito Italiano, sotto la guida del maggiore Mariano Borgatti, poi diventato il primo direttore del Museo Nazionale di Castel Sant’Angelo inaugurato il 13 febbraio 1906. Per i meriti riconosciuti al suo operato di sovrintendente al restauro Borgatti venne promosso generale. In realtà i risultati dei lavori di restuaro furono da molti giudicati piuttosto discutibili[15] perché portarono ad una cancellazione dell’impronta bimillenaria del castello. I restauri del 1933-34 ripristinarono i fossati e i bastioni e sistemarono a giardino la zona tra la cinta quadrata e la struttura pentagonale.[15]



Il museo nel 2008 è stato visitato da 734.585 persone.[16]



Storia del nome [modifica]

Fino al XI secolo è chiamato Adrianeum ed anche templum Adriani e templum et castellum Adriani, come nell'ardo Benedicti, in ricordo della sua origine voluta dall’imperatore Adriano nel 135 perché servisse da tomba imperiale per sé e i successori. Il ricordo di questi appellativi è nella dizione moderna di Mole Adriana. [17]



Nel 359, Onorio lo include nella cinta muraria di Roma trasformandolo in una sorta di fortilizio per la difesa della città: data da allora l'appellativo di castellum.[5]



Nel 974 se ne impadronisce Crescenzio, della famiglia di Alberico, che lo fortifica ulteriormente: perciò viene ribattezzato Castrum Crescentii. Questo nome durerà fino alla seconda metà del XV secolo, cedendo poi definitivamente il passo alla dizione attuale. [18]



Nel VI secolo appare anche la denominazione castellum sancti Angeli, in ricordo della visione dell’arcangelo Michele rinfoderante la spada sulla Mole Adriana avuta da papa Gregorio Magno durante una solenne processione penitenziale per scongiurare la peste che infieriva su Roma, visione interpretata come presagio dell’imminente fine della peste, cosa che puntualmente avvenne.[5]



Dall'XI secolo nelle bolle pontificie si usa la dizione mista Castrum nostrum Crescenzii e Castrum Sancti Angeli. [19]



Nelle Chansons de geste è detto anche Torre oppure Palais Croissant, denominazione quest’ultima che è la traduzione di Crescentii ma che tradotto letteralmente significa "palazzo mezzaluna" curiosamente rimandando a quella pasta lievitata a due punte che accompagna in genere il "cappuccino", detta appunto in Francia "croissant" e dai romani "cornetto". [20]



Prima dell'anno Mille i cronisti lo chiamano domus Theodorici ed anche carceres Theodorici perché Teodorico re d’Italia (493-526) lo adibì a prigione, funzione mantenuta anche sotto i papi e con il governo italiano, fino al 1901.[5]



Prigioneri di Castel Sant’Angelo [modifica]

All'interno di Castel Sant'Angelo numerosi sono gli ambienti destinati al carcere, ancora oggi visitabili. La cella più malfamata era quella detta Sammalò o San Marocco, sul retro del bastione di San Marco. Il condannato vi veniva calato dall'alto e a malapena aveva spazio per sistemarsi mezzo piegato, non potendo stare né in piedi, né sdraiato.[15] La cella era anticamente uno dei quattro sfiatatoi che davano aria alla sala centrale del Mausoleo di Adriano, dove si trovavano le urne imperiali, e che si affacciava sulla rampa di scale. Nel medioevo era stato trasformato in segreta e qui era stato fatto un disegno dell'oscuro "San Marocco", poi storpiato in "Sammalò".[21]



Nel piano inferiore della costruzione semicircolare del Cortile del Pozzo, eretta da Alessandro VI, c'erano le celle riservate ai personaggi di riguardo.[22] Qui tra il 1538 e 1539 fu detenuto Benvenuto Cellini. Famosa la sua evasione: l'artista riuscì ad evadere una sera di festa al castello calandosi dall'alto del muro di cinta con una corda fatta con le lenzuola. Nella caduta si ruppe una gamba ma riuscì ugualmente a raggiungere la casa del cardinal Cornaro, suo amico. Catturato nuovamente, fu ricondotto a Castel Sant'Angelo e rinchiuso nelle “segrete”:[22] celle, a prova di evasione. Sono le prigioni storiche di Castel Sant'Angelo. Cellini stette in particolare in quella dell'"predicatore di Foiano", che vi era stato fatto morire di fame; vi rimase un anno, poi venne graziato dal papa per intercessione di Ippolito II d'Este e del re di Francia, suo grande estimatore. La sua cella è famosa perché su una parete Cellini vi disegnò con un rudimentale carboncino, stando a quello che egli racconta nella sua Vita (I, 120), un Cristo risorto, del quale ancora oggi ai visitatori se ne indica qualche traccia. In realtà questi resti del carboncino non sarebbero altro che segni “prodotti da crepacci di muro non imbiancato da secoli”.[6]



Sul cosiddetto Giretto di Pio IV, a destra della Loggia di Paolo III, undici prigioni utilizzate per i prigionieri politici. Originariamente erano stanze costruite per i familiari di papa Gregorio XVI.[22]



Nell'antica loggia superiore dell'appartamento pontificio di Paolo III è la Cagliostra, così chiamata perché nel 1789 vi fu tenuto prigioniero il celebre avventuriero Giuseppe Balsamo, detto conte di Cagliostro. Era una prigione di lusso destinata a detenuti di riguardo.[22]



Nelle celle di Castel Sant'Angelo vennero tenuti prigionieri, tra gli altri, gli umanisti Platina e Pomponio Leto, Beatrice Cenci, condannata a morte nonostante la giovanissima età e le attenuanti, e Giordano Bruno, oltre ai patrioti italiani durante il Risorgimento[23].



A differenza di Benvenuto Cellini, molti illustri prigionieri di Castel Sant'Angelo vi persero la vita. Tanti di questi furono vittime dei Borgia. Tra di essi, il cardinale Giovanni Battista Orsini (cardinale). Questi fu imprigionato in Castel Sant'Angelo con l'accusa di aver tentato di avvelenare papa Alessandro VI. Considerata la gravità dell'accusa, la madre e l'amante del cardinale, temendo per la sorte del loro congiunto si presentarono al pontefice con un'offerta: una perla rara e preziosissima in cambio del cardinale. Nota era la debolezza dei Borgia per le perle, sembra che Lucrezia ne possedesse più di tremila. Il papa accettò la proposta, prese la perla e, mantenendo fede alla parola data, restituì il cardinale: morto.[24]



I processi venivano svolti nella Sala della Giustizia, le esecuzioni capitali generalmente eseguite fuori del castello, nella piazzetta al di là di Ponte Sant'Angelo, anche se numerose furono le esecuzioni sommarie all'interno del castello e nelle stesse carceri. Nella zona del cortile antistante la Cappella dei Condannati o del Crocifisso nell'Ottocento venivano eseguite le condanne a morte mediante fucilazione. A ogni esecuzione di una condanna capitale suonava a morto la Campana della Misericordia, sulla terrazza ai piedi della statua dell'Angelo.[22]



Le prigioni costituiscono lo scenario della Tosca di Giacomo Puccini, ambientata a Roma nel 1800: il pittore Cavaradossi, condannato a morte, finisce nel carcere di Castel Sant'Angelo; qui nel cortile viene fucilato per la disperazione della sua amante Tosca, che si uccide buttandosi dagli spalti del castello.[22]



Gli angeli di Castel Sant'Angelo [modifica]

Per commemorare l'avvenimento che ha dato il nome attuale alla struttura, la statua di un angelo corona l'edificio. In origine si trattava di una statua di legno che finì per consunzione; il secondo angelo, di marmo, fu distrutto nel 1379 in un assedio e sostituito nel 1453 da un angelo di marmo con le ali di bronzo. Questo angelo venne distrutto nel 1497 da un fulmine che fece esplodere una polveriera nel castello, e fu sostituito con uno di bronzo dorato che però nel 1527 venne fuso per farne cannoni. Infine fu la volta di una statua in marmo con le ali di bronzo di Raffaello da Montelupo risalente al XVI secolo e attualmente visibile nel Cortile dell'Angelo, e poi, nel 1753, arrivò l'attuale angelo in bronzo di Pierre van Verschaffelt, sottoposto a restauro tra il 1983 e il 1986[25].



Nella cultura popolare [modifica]

Sul modello di Castel Sant'Angelo fu edificata nell'Abbazia di Novacella in Alto Adige, nel XV secolo, una singolare chiesa rotonda concepita come una fortezza a difesa contro i Turchi e dedicata all'Arcangelo Michele, detta, proprio per il suo carattere fortificato, "Engelsburg".



Giacomo Puccini ambientò a Castel Sant'Angelo l'ultimo atto della Tosca.



Il castello viene usato come set in Angeli e demoni di Dan Brown.



Nel dialetto romanesco l'edificio è chiamato "La cagliostra", dall'epoca dell'imprigionamento di Cagliostro.



Collegamenti [modifica]

È raggiungibile dalla stazione Ottaviano - San Pietro - Musei Vaticani.



I guardiani di Castello [modifica]

San Pietro

opera del Lorenzetto San Paolo

opera di Paolo Romano L'angelo

di Raffaello da Montelupo

ora nel Cortile dell'Angelo L'angelo

di Pierre van Verschaffelt Il Cortile D'Onore



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Bibliografia [modifica]

Willy Pocino, Le curiosità di Roma, Roma, Tradizioni italiane Newton, 2009

Claudio Rendina, La grande guida dei monumenti di Roma, Roma, Newton & Compton Editori, 2002

Piranesi, Le antichità Romane. Firmin Didot Freres, Paris, 1835. T. 4 tav. IV - XII

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